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Vivere o morire: fa la tua scelta.

L’ormai celeberrimo aforisma di Jigsaw (interpretato da Tobin Bell), serial-killer psicopatico, malato di cancro, ormai consacrato nella saga di Saw, calza a pennello per decretare lo stato di salute della creazione di James Wan e Leigh Whannelle. Saw, giunto ormai alla sua sesta apparizione sul grande schermo, sembra avere superato di slancio lo stadio di minestra riscaldata. Era, infatti, prevedibile che anche il cine- inebetito -pubblico statunitense, più abituato a ingoiare sceneggiature scadenti,  snobbasse Bell  & Co..  Il 60% in meno negli incassi non può essere attribuito solo al download illegale di film, comunque molto diffuso, e avrebbe dovuto almeno impensierire la 01 Distribution, valutando attentamente l’intenzione di sfornare un nuovo sequel. È ora di fare spazio a nuove creazioni cinematografiche, anche nel genere horror, sempre più tendente allo splatter.

La trama di questa nuova “puntata”, non sorprende e ricalca pressoché quelle precedenti.

Le solite due vittime intrappolate, il solito detective, Mark Hoffman (Costas Mandylor), alla loro ricerca, lottando contro il sadico passatempo del serial-killer già morto, che, come al solito, chiede la “pound of flash” di shakespeariana memoria per poterle salvare: insomma, la solita minestra. È però nel messaggio implicito che Saw si rinnova sempre: questa volta ha di mira la struttura assicurativa degli States. Qualche colpo di scena lungo i 90 minuti di proiezione serve solo a far sussultare lo spettatore, altrimenti immerso in un coma profondo.

Quello che però preme analizzare è il fenomeno Saw. Bisogna sottolineare che, sia pur con una certa ciclicità e ripetitività, Saw è riuscito ad imporsi nel genere horror per più di un lustro, definendosi così come unico superstite e creazione riuscita negl’anni zero del cinema internazionale.

Il voto finale non può però arrivare alla sufficienza, in quanto il substrato della trama è pressoché identico a quello dei precedenti.

Come direbbe Jigsaw, “Fine del gioco”.

Voto: 5+
Recensione: LORENZO BARBIERI